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Alcuni uomini e alcune donne di Corsica, premurosi del rinverdimento della lingua dotta dei nostri antenati hanno deciso di pubblicare questa rivista in lingua italiana. Essa è un nostro retaggio e un puntello per mantenere viva la lingua còrsa.
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Opinioni
Giuseppe Vitolo

L'italiano prima dell'Italia



L'italiano prima dell'Italia

Il presente articolo intende far luce sul diffondersi del tosco-italiano quale lingua comune dell’Italia geografica preunitaria, ossia dell’Italia intesa come  regione geografica, che non coincide esattamente con il territorio dell’attuale Repubblica Italiana. La zona chiamata “Italia” si estese progressivamente, fino a raggiungere l’estensione attuale già attorno al 300 d.C, con le Alpi, il fiume Varo (Var, a ovest di Nizza) e il golfo del Quarnero ad est, a delimitarne i confini. Anche Corsica, Sardegna e Sicilia ne fanno parte.

Il percorso storico di sviluppo e di diffusione del tosco-italiano si rivela lungo e tortuoso e non può che cominciare dall’opera letteraria con cui il Sommo Poeta Dante Alighieri afferma, all’indirizzo degli intellettuali a lui contemporanei, le ragioni legate all’importanza dell’uso del volgare come lingua colta da utilizzare in letteratura in sostituzione del latino.

Il mondo italoromanzo nell’epoca in cui Dante Alighieri scrive il De volgari eloquentia(1303) si caratterizza per un’estrema frammentazione linguistica, essendo diviso in aree notevolmente diversificate, le quali sono, a loro volta, articolate in sub-aree, fino ad arrivare alla differenza/opposizione tra comune e comune, villaggio e villaggio, posti anche ad esigua distanza gli uni dagli altri.

Ma quanti volgari contano la penisola e le isole italiane in quel tempo? Risulta complicato farne una stima del numero preciso, sebbene sia possibile averne un’idea attraverso la testimonianza resa proprio dall’Alighieri, che nel suddetto trattato individua tra i più importanti almeno quattordici volgari: il friulano, il lombardo, il ligure, il romagnolo, il romano, le parlate meridionali, siciliane e sarde.

Pertanto le varietà di volgare sono in numero imprecisato ed ognuna di esse si impone in una piccola zona. L’unificazione politica del territorio italiano è ben lungi dall’essere realtà eil fiorentino, quantunque dotato di un certo prestigio letterario, tende a confondersi con gli innumerevoli volgari che costellano l’area linguistica italoromanza, non essendo ancora considerato né più illustre ed né più apprezzato di altri. Dante, tuttavia, contribuirà fortemente, grazie al suo operato, a fargli conquistare, dal XIV secolo in poi, la scena culturale e linguistica italiana.

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Il policentrismo linguistico e culturale non consente il realizzarsi di una cultura e di una lingua unica per tutta l’Italia. Ma quella che Dante compie è un’operazione intellettuale molto utile, in ragione del fatto che adopera, nella Divina Commedia, il fiorentino in uso all’epoca, caratterizzato da una mescolanza di stili e registri, dal più ricercato al più popolare, fino al plebeo, ed impreziosito dalla tradizione latina, nonché medievale soprattutto di derivazione francese, provenzale e siciliana, da una parte, e da lessico di provenienza toscana non fiorentina, se non addirittura di matrice italiana settentrionale dall’altra. L’Alighieri, dunque, concepisce, sostanzialmente, una lingua destinata ad un pubblico colto, un mezzo di comunicazione per tutti gli intellettuali d’Italia. L’eredità dantesca, fu, quindi, per questi ultimi estremamente vantaggiosa, poiché se precedentemente erano divisi per lingua e tradizione, possono ora fare affidamento su un efficace strumento linguistico in grado di promuovere l’unità dei ceti colti dell’intera Penisola. La fortuna letteraria di Dante sortisce, quale immediato effetto, un notevoleaccrescimento del prestigio del volgare toscano a base fiorentina. La Commedia, non a caso, si diffonde non solo all’interno delle classi sociali acculturate, ma persino presso i ceti popolari: è recitata e cantata, infatti, anche dagli incolti, da fabbri, garzoni in tutte le terre d’Italia (Sobrero A.A. – Miglietta A. 2006, Introduzione alla linguistica italiana, Editori Laterza, p. 23), inclusa la Corsica, dove la letteratura orale mette radici a tal punto da restare viva sino a tutto il XX secolo. Olivier Durand nel suo lavoro di ricerca dal titolo La lingua còrsa, edito da Paideia (2003, p. 97) ci informa, in proposito, del fatto che, fino a poco tempo fa, qualunque Corso poteva dire di conoscere un anziano, anche semianalfabeta, in grado di recitare ‘a braccio’ passi della Gerusalemme liberata o dell’Orlando furioso.

La capacità di penetrazione del toscano si accresce allorquando alla fama dell’Alighieri si affianca quella di Francesco Petrarca e di Giovanni Boccaccio. Se il lessico dantesco adopera la totalità delle possibilità espressive del volgare fiorentino, incluse le espressioni di estrazione plebea, di contro Petrarca si fa ambasciatore di un ideale di lingua ‘elevata’, stilisticamente raffinata, ispirata maggiormente alla tradizione poetica latina e provenzale che al toscano parlato. Boccaccio, con il suo Decameron, inaugura, invece, un modello stilistico, ideale per la prosa, in quanto molto duttile e adatto ad una notevole varietà di scelte, oltre che prodotto di un’operazione di vera e propria simulazione del parlato, tanto da attirare l’attenzione di un pubblico costituito non solo da intellettuali, bensì anche da mercanti e borghesi.

Alla fine del Medioevo si afferma una borghesia commerciale e finanziaria, costituita da operatori dell’industria, del commercio e delle attività bancarie, che si impadronisce tanto del potere politico, quanto di quello economico. La cultura dei nuovi ceti sociali, che detengono il potere, non si identifica più con quella letteraria di lingua latina, propria dei chierici, bensì con una di impronta laica, borghese e tecnica. Le scuole pubbliche, fondate con l’obiettivo di fornire ai figli degli uomini d’affari i mezzi culturali necessari per il loro lavoro, divengono veicolo di diffusione in Italia, oltre che del francese, considerato all’epoca lingua della comunicazione internazionale, anche del volgare toscano. Le classi sociali egemoni adoperano, in modo sempre più generalizzato, i volgari, anche per iscritto, nei libri di mercatura, negli inventari, nei libri di bordo, nelle lettere commerciali e le loro scuole confermano e tramandano la nuova scelta di lingua. Pertanto, se le ‘tre corone’, cioè Dante, Petrarca e Boccaccio, gettano le basi per l’affermarsi del toscano come codice-guida, nonché come varietà linguistica dominante finalizzata agli usi colti, la preminenza di Firenze in campo economico e sociale conduce il volgare toscano ad assurgere a lingua degli usi pratici della vita quotidiana, dell’economia, della burocrazia e del diritto.

Lorenzo_de_Medici-ritratto Ma qual è il motivo che porta all’imporsi del fiorentino e non di altre varietà? Le condizioni di sviluppo straordinariamente favorevoli per Firenze, che consentono alla città di godere di una primazia assoluta sul terreno dell’economia, con le banche che diventano potenze economiche di livello europeo, della politica, sotto la guida di una potente oligarchia prima di mercanti e banchieri, poi della Signoria dei Medici, grazie alla quale Firenze diviene ‘ago della bilancia’ della politica italiana, della cultura e dell’arte, tramite l’operato non solo di Dante, Petrarca e Boccaccio, nel settore delle lettere, ma anche dei maggiori architetti, scultori, pittori della storia dell’arte italiana. È proprio su tali granitiche fondamenta economiche, politiche e culturali che si diffonde e si afferma il toscano di base fiorentina, nel periodo compreso tra i secoli XIV e XV, nella totalità degli usi scritti, letterari e non letterari (cronache, prediche, libri di conti, lettere commerciali ecc,) ben al di là dei confini della Toscana, in molti degli stati regionali d’Italia (Sobrero A.A. – Miglietta A. 2006, Introduzione alla linguistica italiana, Editori Laterza, pp. 24-26).

Gli intellettuali dell’Umanesimo innalzano il volgare toscano di base fiorentina a dignità di lingua: non a caso, in tale temperie culturale vede la luce, nel 1440, la prima Grammatica del toscano ad opera di Leon Battista Alberti, strutturata non su modelli trecenteschi, ma sul fiorentino colto dell’epoca, con l’intento di dar forma ad un volgare grammaticalmente e sintatticamente ‘regolarizzato’, che rifletta un uso simile a quello del latino dell’antichità, emulandone il prestigio. Gli umanisti, dunque, se promuovono il toscano di matrice fiorentina a codice di comunicazione trans-regionale, contemporaneamente relegano i dialetti locali ad una dimensione squisitamente municipale: in tal modo, nelle diverse realtà regionali d’Italia, tra cui anche in Corsica, nasce e si sviluppa gradualmente la consapevolezza di una netta distinzione tra la lingua, adoperata per redigere documenti e testi letterari, di cui diffondere la conoscenza in tutto il territorio italiano, e il dialetto, utilizzato per la comunicazione orale in un territorio limitato, in relazione alle esigenze della vita quotidiana. Dopo aver preso coscienza di tale realtà, i volgari non toscani, in base a tempi e modalità differenti da area ad area, vengono ‘declassati’ al rango di dialetti. È per questa ragione che oggigiorno si è inclini ad individuare cronologicamente la nascita dei ‘dialetti’ in Italia, partendo dall’affermazione del toscano a base fiorentina come lingua nazionale, che si determina a partire dai secoli XV-XVI (Sobrero A.A. – Miglietta A. 2006, Introduzione alla linguistica italiana, Editori Laterza, p. 28).  Si riserva, dunque, il medesimo destino anche al ‘volgare còrso’, che, da tale periodo in poi, diventa dialetto, assieme alle varietà ‘sorelle’ del resto d’Italia, con le quali assume a riferimento il tosco-italiano sostanzialmente come lingua della comunicazione scritta e “alta”.

Per questo motivo i testi fondamentali della Rivoluzione Corsa della prima metà del ‘700 e le successive Costituzioni del regno e della Repubblica paolina, erano redatti in lingua italiana, mentre le parlate corse mantenevano il dominio della comunicazione in ambito familiare e nella vita dei villaggi.

giustificazione

Dopo la definitiva conquista francese del 1769, l’isola si distanzierà gradualmente dall’uso dell’italiano per via del processo di dal processo di sostituzione linguistica a favore del francese, culminato il 4 agosto del 1859 con il divieto definitivo dell’uso dell’italiano come lingua ufficiale dell’isola, per effetto di una sentenza della Corte di Cassazione francese, che vede soppiantare, in tutti i domini della comunicazione scritta e orale, l’italiano col francese. Successivamente, venuto a mancare l’italiano come lingua identitaria da contrapporre al francese, il còrso inizierà a essere posto al centro di un processo che oggi – in virtù di sacrosanti valori identitari – lo fa dichiarare come ‘lingua’, prodotto della compartecipazione di tutte le varietà e sottovarietà dialettali di Corsica, in grado di assurgere al ruolo di codice non solo caratteristico dell’oralità, come è sempre stato nella sua storia, ma anche degli usi scritti.

Con questo breve riassunto della ‘carriera’ del tosco-italiano come koinè, lingua comune, dell’Italia geografica, si vuole rammentare come esso non sia stato imposto con le armi ma sia stato adottato a livello locale gradualmente, in virtù del suo crescente prestigio e del suo diffondersi dall’alto verso il basso, prima nell’uso letterario e di comunicazione tra intellettuali, poi tra la nuova borghesia commerciale che lo adoperò per usi tecnici e pratici, e tra il popolo, che lo comprendeva e lo conosceva come lingua delle sfere alte della vita pubblica, accanto alle parlate utilizzate invece nella vita domestica e negli scambi orali all’interno della sfera sociale del proprio villaggio. L’italiano quindi, era una delle lingue di Corsica, al pari di tutte le varietà di còrso, semplicemente era utilizzato in ambiti differenti.

 


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