A Viva Voce
Alcuni uomini e alcune donne di Corsica, premurosi del rinverdimento della lingua dotta dei nostri antenati hanno deciso di pubblicare questa rivista in lingua italiana. Essa è un nostro retaggio e un puntello per mantenere viva la lingua còrsa.
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Opinioni in italiano
Paul Colombani

Pie illusioni e placidi tramonti



Pie illusioni e placidi tramonti
Vogliamo parlare oggi di due libri importantissimi che contribuiscono a far chiarezza sulla nostra situazione linguistica e, secondo noi, vengono a sostegno delle nostre tesi, anche se non in modo esplicito : si tratta di Essais de linguistique corse, e del Que Sais-je ? La langue corse, entrambi della professoressa Dalbera-Stefanaggi. Ricordiamo che la professoressa Dalbera-Stefanaggi insegna linguistica còrsa all’Università di Corte. Sono due bei libri che raccomandiamo ai nostri lettori.
La prima opera presenta al pubblico una serie di studi precedentemente pubblicati a destinazione degli addetti ai lavori. Essa dedica pagine interessantissime alla metodologia adoperata, poi consegna alcune analisi riguardanti i dialetti di Aiaccio, del Capo Corso e dell’estremo sud della Corsica . Nella terza parte l’autrice delinea evoluzioni di cui alcune sono ancora in corso, per dedicare l’ultima e quarta parte ad alcune illuminanti testimonianze.
Ovviamente ci occuperemo essenzialmente di ciò che riguarda l’impegno culturale di A Viva Voce. E per quanto riguarda la collocazione del còrso, la professoressa Dalbera parla chiaro : « C’est une province de langue italienne qui rejoint l’ensemble français en 1768. De langue italienne aux deux sens du mot langue : langue véhiculaire –officielle- et langue vernaculaire. Le lien génétique qui unit les deux systèmes linguistiques est en effet très étroit si bien que les deux variétés peuvent fonctionner comme les deux niveaux d’une même langue. Encore convient-il de regarder de plus près en quoi consiste l’italianité dialectale de la Corse : plus complexe, mais sans doute aussi plus fondamentale et plus ancienne que l’italianité « officielle », c’est elle qui inscrit véritablement notre île au cœur de l’espace italo-roman ».
I nostri lettori capiranno quanto sia importante che venga ribadito in sede, per così dire, ufficiale quanto stiamo ripetendo da tempo : l’appartenenza profonda, essenziale, della Corsica all’area italo-romanza a tutti i livelli, e il fatto che il sistema italiano-còrso possa funzionare senza problemi come due livelli della stessa lingua, una nozione che abbiamo ripresa varie volte su A Viva Voce, anche se non l’abbiamo certo inventata, avendola mutuata dal compianto Professore Fernand Ettori, citato anche dalla professoressa Dalbera.
Importante anche che vengano chiariti i due significati della parola ‘italiano’, ossia la lingua ‘ufficiale’ e il vernacolo. Troppo spesso si fa leva sulla diversità, evidente anche se spesso ingigantita da ignoranze, tra il còrso e l’italiano ufficiale, per affermare che il còrso non è ‘italiano’.
Fine anche del mito della Corsica ‘isolata’. Pensare che con tutta questa insana propaganda abbiamo sentito persone di buon senso parlare del ‘mistero’ della lingua còrsa ! Non c’è nessun mistero, il còrso, nelle sue varietà, sta proprio al posto che gli è stato assegnato dalla storia nel cuore dell’italianità linguistica e le isoglosse (ricordiamo che le isoglosse sono delle linee immaginarie che delimitano l’estensione spaziale di un fenomeno linguistico) varcano il mare :

«On pourrait croire, en effet, que la Corse est une île. Il n’en est rien, linguistiquement du moins, et les grandes lignes d’évolution qui rythment l’espace italo-roman et que l’on peut matérialiser par quelques isoglosses fondamentales se prolongent dans l’île : les grands traitements phonétiques –mais la morphologie et le lexique donnent les mêmes résultats- peuvent être figurés par des lignes qui, sans solution de continuité en dépit de la mer, prolongent les principales frontières dialectales italiennes dans l’espace linguistique corse et déterminent une partition entre un Sud plus conservateur et un Nord plus innovateur ».

Abbiamo spesso sulla nostra rivista ricordato il ruolo essenziale della lingua italiana nella nostra isola e come i nostri antenati la consideravano la loro lingua. Rimane ancora da fare la storia di come questo sentimento si sia malauguratamente affievolito cacciando la nostra rivendicazione linguistica e culturale nel vicolo cieco in cui ci troviamo. Ora, per quanto riguarda l’attuale coscienza linguistica, la professoressa Dalbera cita alcune testimonianze interessanti perché spontanee :

« L’italien, bien sûr, c’est différent du corse, mais guère plus que le corse du nord pour les gens du sud et inversement :l’italien, on l’a vu, c’est toujours l’autre, mais l’autre si proche ».

E abbiamo a che fare con persone che non hanno avuto nessuna formazione storico-linguistica, che vivono addirittura in un ambiente ormai permeato da un’ideologia ufficiale contraria a questo modo di vedere. Apprendiamo che alcuni informatori dicono di non capire l’italiano, poi si scopre che infatti non capiscono alcuni termini dialettali, sardi o dell’Italia settentrionale, oppure gli italiani con i quali erano in contatto erano muratori che parlavano tra di loro in un dialetto lombardo, mentre con i toscani non c’era nessun problema.
A questo aggiungiamo ciò che abbiamo personalmente sentito quando sono arrivati i primi operai spagnoli. Alcuni còrsi credevano allora di ripetere con loro l’intercomunicabilità alla quale erano stati abituati con gli italiani. Hanno capito presto che non era il caso, e abbiamo sentito osservazioni del genere : « non si capiscono, non è come con gli italiani ».
Insomma il buon senso popolare vede più chiaro dei sofismi di alcuni intellettuali intenti a confonderci le idee e a farci vedere buio a mezzogiorno quando invece il loro compito sarebbe di chiarirle queste idee e di educare gente che non riesce a interpretare la propria situazione linguistica e storica perché posta in un contesto (quello francese) totalmente impermeabile, per motivi storici e culturali, a questa problematica.
E l’avvenire ? Ovviamente, la signora, dopo aver spiegato che il còrso rimane un’importante materia di studio, non può far altro che dimostrare un cauto ottimismo smentito, diciamo noi, dai fatti. Infatti si tratta di pie illusioni delle quali non sembra molto convinta.
Di questo fallimento abbiamo già in passato tentato di spiegare i motivi di cui alcuni sono di ordine sociologico (non esiste spazio per il còrso solo nella società attuale, e non ce ne sarebbe nemmeno nel caso di una ipotetica Corsica indipendente, contrariamente a quanto credono alcuni) e altri risiedono nella cosidetta polinomia del còrso e ci sia consentito, anche se ne abbiamo gà parlato in passato, tornare brevemente sull’argomento. Si sente spesso dire che questa polinomia corrisponde ad una visione moderna della linguistica, ma ci sembra che si confonde un po’ tutto.
Certo l’indirizzo attuale tende a vedere con favore le lingue che, contrariamente a quanto pretendeva il purismo vecchio stampo, accettano, sia a livello del lessico, sia a quello di qualche struttura grammaticale, elementi dialettali o periferici. Basta vedere in italiano il successo di un autore come Camilleri e non è il solo. Ma l’italiano di Camilleri non è un siciliano sintetico che peraltro avrebbe pochi lettori (comunque più del còrso), è un italiano regionale, nutrito di dialetto. E anche questo ha un limite : non è ipotizzabile andare troppo lontano su questa strada con tutti i dialetti italiani e in tutti i campi. L’intercomunicabilità tra italofoni diventerebbe impossibile. Nessuno più di chi scrive è convinto che, come dice il proverbio, « il mondo è bello perché è vario », e questa visione molteplice è ovviamente da applicare al campo linguistico come d’altronde a quello culturale, storico e istituzionale. Ma bisogna comuque fare in modo che queste varietà possano sempre collaborare, appoggiarsi a vicenda, altrimenti si rischia la frammentazione esagerata e la sconfitta davanti a grandi unità che magari saranno più grossolane ma sono più omogenee e in grado d’imporsi anche senza avere la volontà di farlo. Questo è vero, ripetiamolo, anche nel campo linguistico. C’è uno spazio per il livello microdialettale, un altro per il livello regionale (lingua o dialetto, come si vorrà chiamarlo) ma ce n’è un altro par la lingua « alta », con norme precise. Insomma ci sono ottimi motivi perché nel mondo attuale ad un certo livello le lingue seguano norme uniche e precise. Sarà quindi necessaria la presenza di una lingua di questo tipo accanto al còrso. La strada che ci viene di solito additata non è dunque quella di una pretesa emancipazione del còrso come credono gli ingenui, ma quella di un còrso minorato posto accanto al francese nell’attesa che scompaia. Sia chiaro che non pensiamo che queste siano le intenzioni della signora. Comunque, se volessimo, in Corsica, fare come Camilleri, non dovremmo nemmeno scrivere in un còrso irto di francesismi, come ci viene consigliato, ma in un francese regionale intriso di corsismi. Scelta improponibile.
La professoressa Dalbera dimostra di riporre qualche tenue speranza nelle nuove tecnologie e certo, ci sono dei mezzi nuovi e vanno adoperati . Ma anche qui ci sono dei limiti e non si devono nutrire soverchie illusioni. D’altronde anche lei deve constatare che si è prodotta una interruzione nella trasmissione della lingua e ammonisce che il neocòrso non è nientaltro che una ricodificazione del francese, cioè, in parole povere, francese tradotto :

« Evidemment ce n’est plus du même corse qu’il s’agit, puisque ce néo-corse ne se ‘ comprend ‘, du point de vue des locuteurs comme du point de vue de l’analyste, qu’à partir du français, dont il est, dans une très large mesure, un recodage ».

Ora, chiediamo noi, come abbiamo già fatto sulla nostra rivista, che senso può avere fabbricare di sana pianta (perché di questo si tratta), una lingua in rottura col passato ? Il combattimento per la lingua ha un significato soltanto se serve a mantenere in vita una comunità che affonda le sue radici nel passato. Pericolo questo che viene avvertito dalla professoressa Dalbera :

« Le troisième point qui se dégage est relatif aux dangers à éviter en matière de codification. Il serait particulèrement préjudiciable de creuser le fossé mis en place par l’histoire, en enseignant aux enfants une langue développée en hiatus et que les plus anciens ne reconnaîtraient pas comme la leur » .

Ossia sarebbe pericoloso fabbricare una lingua avulsa da ogni tradizione, senza radici storiche e affettive. Ora la storia ci ha radicati in un determinato contesto storico-culturale, cercare di allontanarsene sarebbe una pazzia. Ha appena rammentato che si tenta di creare un’identità linguistica scegliendo sempre e comunque le forme più lontane dall’italiano ed ammonisce :

« la langue corse aura… à éviter… la crispation du contrastif, et à s’ancrer dans une romanité sereine, afin de trouver sa place à côté du français ».

E dell’italiano soggiungiamo noi, perché è ovvio che lasciato da solo di fronte al francese questo neocòrso non ha nessuna possibilità di sopravvivere, nemmeno al livello più basso. Come d’altronde il combattimento per la sopravvivenza dell’identità còrsa : essa non può rimanere paralizzata nell’adorazione di un passato idealizzato, ma non deve nemmeno spezzare il legame con il passato. Se così si facesse non solo verrebbe sperperata una ricca eredità storica, linguistica e culturale, ma verrebbe meno la ragione stessa della lotta. Chi scrive confessa di rimanere di stucco sentendo i ragionamenti di certi nazionalisti di cui si ha l’impressione che abbiano creato una cosa inedita : un nazionalismo senza nazione.
C’è chi tenta di autoilludersi, si parla addirittura di progressione del còrso quando invece non è vero, o allora si tratta di un uso molto particolare : il neocòrso viene usato fuori dei contesti familiare o professionale per segnare una rivendicazione linguistica o un’affermazione identitaria. Certo tutto sommato questo modo di procedere una sua utilità ce l’ha, ma non abbiamo bisogno di insistere sul suo carattere artificiale : si tratta necessariamente di una soluzione provvisoria che dovrebbe sfociare su una situazione linguistica stabile che non accenna a prodursi.
Il paradosso è che nella migliore delle ipotesi andiamo verso uno statuto di lingua alla volta elitistica ed emarginata per il còrso e di lingua insieme alta e vernacolare per il francese. Insomma si tratta di uno zuccherino che porgiamo a noi stessi per consolarci : ci siamo rassegnati alla sconfitta ma potremo sempre organizzare banchetti in cui si reciteranno poesie còrse o magari si parlerà un po’ còrso, con l’accento francese e dovizia di francesismi com’è inevitabile trattandosi di una lingua usata soltanto in circostanze particolari e separata dal suo ambiente naturale.
Ecco cosa ci aspetta: un’esigua minoranza di persone, nostalgici o gente in attesa di un’ipotetica ed improbabile rinascita, di un miracolo insomma, scriverà in una lingua tradotta dal francese. Le strutture di questa lingua saranno francesi, gran parte del vocabolario anche, poiché i necessari neologismi saranno presi da questa lingua e, dato l’uso che se ne farà in un ambito moderno, la parte dei neologismi rischia di essere molto importante, anzi maggioritaria. La formazione di queste persone, la loro vita intellettuale, si svolgeranno in un ambiente strettamente francese. Ma perché allora non scrivere direttamente in francese ? È una cosa che supera la mia facoltà d’intendimento.
Della nostra lingua rimarrà un’occasione di far carriera per alcuni, un hobby per gli altri, prima dell’estinzione. Perché il presente non deve ingannare : se proseguiamo per questa strada sbagliata, contrariamente a quanto si crede in un prossimo futuro ci saranno ancora corsi di provenzale (lingua che possiede una letteratura prestigiosa) quando non ci saranno più corsi di còrso.
Questo è il risultato della politica linguistica seguita finora. Eppure c’è sempre chi ci raccommanda di tacere. « Sì, avete ragione, ma queste cose non bisogna dirle, altrimenti rischiamo di non ottenere (dallo Stato) ciò che un comportamento più cauto può fruttarci ». Perché c’è sempre qualche timore causato da vari motivi. Parte dei còrsi ha paura di causare allo Stato un dispiacere che potrebbe scatenare una repressione, ma si tratta di un atteggiamento sbagliato perché prima di tutto non è assolutamente detto che una rivendicazione che comprenda anche l’italiano debba avere un riflesso negativo sulle trattative in corso. Come abbiamo già avuto modo di spiegare essa risulterebbe sicuramente molto più comprensibile ai nostri interlocutori e potrebbe avvalersi del prestigio della lingua e della cultura italiane in Francia e della politica generale europea favorevole alle varie culture e alle lingue di prossimità.
A questo proposito si sentono strane voci (sparse ad arte ?) attualmente in Corsica : l’italiano sarebbe in calo, non servirebbe a niente ecc., quando invece è una delle sole lingue a crescere in Francia nonostante il calo demografico e sta conquistando posizioni dove non era mai stato insegnato (durante l’anno scolastico 1976-77 110 000 studenti imparavano l’italiano al liceo, cifra passata a 200 000 nel 1997-98, 210 000 nel 1998-1999, 215 000 nel 1999-2000 e 220 000 nel 2000-2001, per il 2001-2002 non si hanno ancora le cifre ma sono in aumento). Senza parlare dello sforzo speciale fatto nelle « Académie » di Grenoble e Nizza. Perché da noi non si fa altrettanto ?
Ma anche se queste richieste non fossero gradite, bisognerebbe comunque parlare forte e chiaro. Ci troviamo nel caso di una strategia del debole contro il forte. Se il debole si lascia intimidire, si lascia indurre ad accantonare la parte più importante e più vitale delle sue rivendicazioni, piano piano si fa soffocare e smarrisce strada facendo non solo alcuni obbiettivi importanti ma l’essenza stessa della sua rivendicazione. Nella fattispecie ecco qual è il futuro prevedibile : lasceremo snaturare la nostra lingua, la nostra cultura, trascureremo le soluzioni che potrebbero salvarci, in compenso avremo delle briciole. Ci concederanno tutto, ma sarà inutile. Le misure adottate serviranno soltanto a farci pazientare, mentre il tempo trascorrerà, per le nuove generazioni il còrso sarà unicamente una lingua scritta, non legata a ricordi sentimentali come per noi, e ne trascureranno sempre più l’uso. La rivendicazione si affievolirà e allora si potrà constatare che questa rivendicazione non c’è più. Ci verrà detto che non c’è più richiesta e il còrso (e con esso la Corsica tutta) sarà avviato non ad una morte violenta ma ad un placido tramonto. Per questo pensiamo che la sola soluzione sia di proclamare verità che se non vengono dette scompaiono . Con questo abbiamo parlato dei (molti) còrsi già convinti della bontà delle nostre ragioni ma che non se la sentono di venir fuori. Ma c’è anche un’altra categoria di còrsi riluttanti od ostili perché ingannati o, ed è la maggioranza, non illuminati da coloro che avrebbero dovuto essere i loro maestri. Non sanno, non capiscono cose elementari perché si è taciuto a lungo su questi argomenti e sono influenzati da un apparente consenso. Si deve dunque parlare. Se si fosse cominciato trent’anni fa, all’inizio, forse, le resistenze sarebbero state più forti, ma adesso saremmo senz’altro a miglior punto. E se forse si può pensare che allora le circostanze non lo consentivano, adesso tutto è diventato possibile e non possiamo più perdere tempo.
Perché come non ci stanchiamo di ripetere il problema còrso è di impossibile risoluzione perché è impostato male. Ora un problema senza possibilità di soluzione concreta non può non portare alla stanchezza dei militanti divisi tra la rassegnazione alla sconfitta e improvvisi scatti d’ira che rischiano di mettere a repentaglio i tentativi per trovare un esito pacifico ad un conflitto che tende ad incancrenirsi. Perciò abbiamo deciso di non ascoltare i « cauti », i « furbi », e sentiamo i primi scricchiolìi nel fronte degli oppositori. Bisogna proseguire senza sosta su questa strada , insistere perché, come dice il proverbio còrso : « A forza di picchjà, a petra rompe». <

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