A Viva Voce
Alcuni uomini e alcune donne di Corsica, premurosi del rinverdimento della lingua dotta dei nostri antenati hanno deciso di pubblicare questa rivista in lingua italiana. Essa è un nostro retaggio e un puntello per mantenere viva la lingua còrsa.
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Opinioni in italiano
Paul Colombani

Radici



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Il CRDP1 d'Aiaccio ha pubblicato un'interessantissima opera di Nicolas Mattei, Les Eglises baroques de Corse2 di cui sentiamo il dovere di fare qui più che un accenno. Si tratta dell'adattamento di un'importante tesi di dottorato sulle chiese barocche di Corsica. Il libro del Mattei è destinato alle scuole con la conseguenza che uno dei suoi pregi è di essere molto didattico. Dico pregi perché questo libro sarà utile anche ai tanti che hanno avuto un'educazione artistica incompleta. La prefazione-presentazione dell'Ispettore Generale Marie-Jean Vinciguerra, del Comitato di Redazione di A Viva Voce, la presentazione dell'Ispettrice Michèle Bartolini e l'Introduzione dell'Autore, servono a spiegare il Barocco (e, strano a dirsi in un paese nel quale il Barocco ha segnato tanta parte dell'orizzonte architettonico, la cosa era necessaria, non solo per i ragazzi delle scuole, ma anche per i loro genitori) e ad inquadrarlo in una prospettiva storica. Leggendolo si impara parecchio non solo sulla storia dell'arte ma anche sulla storia religiosa e su quella della Corsica. Nicolas Mattei descrive in modo preciso alcune delle nostre chiese insieme ai dipinti che le ornano. Una bellissima iconografia viene a completare l'opera.

Per quanto ci riguarda siamo stati particolarmente sensibili alla lampante dimostrazione dell'appartenza del Barocco còrso all'area culturale italiana. Ovviamente questo non è una sorpresa, ma deve purtroppo essere sottolineato in mezzo a tante dichiarazioni di "mediterraneità", a tante richieste di mantenere una pretesa equidistanza tra la cultura còrsa, la cultura italiana e quelle di altre parti del Mediterraneo, come, per esempio, la Spagna, e anche di altri paesi addirittura più esotici. Appare chiaramente come la Corsica non sia "equidistante", né, tantomeno, isolata. E qui dobbiamo soffermarci su alcuni problemi.

Prima di tutto, non è vero, come è stato spesso detto in passato, che la Corsica non ha avuto cultura, all'infuori di una cultura rurale e arcaica. Non era un paese isolato, lontano da ogni civiltà, ma una zona povera di una regione culturalmente prestigiosa. Da sempre è stata inserita nell'ambito di una delle grandi culture mondiali, quella italiana.

Ora questa cultura ci è necessaria, certo per capire il passato e il presente, ma anche per preparare l'avvenire. Come il passato sia stato condizionato dalla prossima penisola sarà ormai ovvio per i nostri lettori che abbiamo invitati a ripercorrere un po' la nostra storia politica, economica, linguistica e adesso artistica. Ma occorre ora soffermarci un po' sui danni recati dall'allontanamento dal nostro ambiente naturale. Questo fatto che molto spesso si è sentito dire che in Corsica non c'era stata cultura, né letteraria né artistica, ha generato nei Còrsi un contemptus sui, un disprezzo di se stessi al quale durante gli ultimi anni, sulla scia delle idee del '68, si è tentato di rimediare esaltando i valori di una società rurale ed arcaica a nome della democratica idea dell'eguaglianza di tutte le culture. Insomma se si deve accettare questo modo di vedere non ci sarebbe differenza tra Dante e un qualsiasi poeta paesano, come non ce ne può essere tra un Cellini e un artigiano qualsiasi. Conclusioni non solo palesemente assurde ma anche pericolose perché rischiano di portarci ad un isolazionismo letale.

Inoltre, giacché non abbiamo cultura ecco che altri sono pronti a proporcene una d'acquisto, cioè quella francese. Ora non ho ovviamente niente contro di essa. E' una grande cultura e sarebbe pazzesco rifiutare questo contributo. Peraltro le sue radici sono vicinissime a quella italiana e le due culture si sono arricchite a vicenda nel corso dei secoli. Però, per quanto ci riguarda, questa cultura francese è un po' troppo distante, e crea un distacco tra la nostra esperienza quotidiana, concreta, vissuta, e ciò che ci è stato insegnato e proposto a modello dalla scuola.

Per esempio, per tornare al Barocco, in genere non è stato apprezzato dai francesi. Mérimée è soltanto un esempio tra tanti. Pertanto l'insegnamento che ci viene dato tende a formare in noi un gusto non corrispondente alle nostre tradizioni. E' il fenomeno conosciuto sotto il nome di alienazione. Sia ben chiaro che non si tratta di volerci rinchiudere all'interno di un insostenibile nazionalismo estetico. Ma ci manca l'ancoraggio necessario come transizione dal particolare concreto che abbiamo sotto gli occhi, e che sentiamo come nostro, verso l'universale della grande cultura. Alcuni popoli questa possibilità non ce l'hanno. Noi sì, e sarebbe da criminali non approfittarne.

Importante anche il capitolo dedicato agli artisti (essenzialmente italiani o còrsi) che hanno partecipato all'edificazione di questo patrimonio. Non ci sono nomi di grande rilievo, autori di capolavori universali, ma essi sono comunque inseriti al loro umile posto in una grande tradizione.

A questi argomenti, alla necessità di non rinnegare le nostre radici, abbiamo pensato leggendo un altro lavoro recente, Parlons corse, di Jacques Fusina.3
L'opera del Fusina, che segue i criteri della collana Parlons…, inquadra il problema linguistico in un panorama storico (storico generale e storia della lingua) destinato a chi è totalmente digiuno delle nostre cose. Siamo felici di vedere che l'appartenenza del còrso all'area italoromanza viene ribadita. Non si parla più di antinomia tra il còrso e l'italiano che non è più presentato come una lingua imposta ai nostri antenati. Anzi l'autore spiega come quest'ultimo non fosse la lingua dei genovesi ma una lingua adottata da tutta la regione, quindi anche dai còrsi. Egli dà della storia dei rapporti tra i due idiomi un quadro che ci sentiremmo quasi di sottoscrivere.
Su alcuni punti dobbiamo purtroppo dissentire. Ci sembra, per esempio, molto dubbio che si possa vedere, anche lontanamente, in Prete Guglielmi, autore nel '600 di rime còrse, un propugnatore della creazione di una nuova lingua. Si trattava semplicemente di uno scrittore di poesie dialettali come ce ne sono stati tanti nella storia italiana. Credere (o lasciar credere è la stessa cosa) il contrario è totalmente anacronistico. Dobbiamo deplorare pure qualche altra ambiguità. Quando l'amico Fusina parla4 della "autonomisation du corse… admise… par les Autorités du ministère de l'Education Nationale" come della comunità scientifica che lo iscriverebbe "au nombre des quatorze langues romanes recensées, aux côtés de l'italien et du français" dimentica di dire che queste decisioni sono di ordine politico e non strettamente scientifico. Se ci fosse una richiesta si potrebbe procedere allo stesso modo domani non solo con il siciliano o il piemontese, ma, volendo, con l'abruzzese o il marchigiano. Addirittura, sarebbe possibile elaborare una lingua autonoma partendo dall'umbro o dal romanesco. Quindi l'autonomia di cui si parla è un fatto squisitamente volontaristico: tutti i i linguisti possono capirlo ma potrebbe essere frainteso da chi non conosce la linguistica e, aggiungeremo, la Corsica5.

Però, al di là del libro del Fusina ci sembra venuto il momento di spendere qualche parola a proposito del problema dell'ortografia. I turisti italiani venuti in Corsica6, se si sono presi la briga di comprare qualche rivista, o semplicemente leggendo alcune iscrizioni sui muri, saranno rimasti sorpresi dall'ortografia, poco corrispondente alla prossimità linguistica tra l'italiano e il còrso7. Ciò contraddice ad un principio che, secondo noi, dovrebbe stare alla base della scrittura del còrso, quello della massima intercomunicabilità con l'italiano.

Alcuni anni fa si è stabilita una norma ortografica sperimentale che si dissociava su alcuni punti dalle varie grafie allora in uso8. E' diventata ormai maggioritaria anche se ci sono stati alcuni (poco felici, secondo noi) cambiamenti. Ovviamente l'amico Fusina si adegua ad un andazzo contro il quale è ormai difficile lottare per semplici motivi di pesantezza anche amministrativa. Purtroppo ciò che è stato alla base del successo di questa grafia non sono state le sue innegabili qualità, ma un elemento estraneo alla linguistica: la distanza rispetto all'ortografia italiana. Cercheremo di dare un breve elenco (non limitativo) di alcuni punti contestabili.

Prima di tutto la scelta di mettere una h davanti ad alcune forme del verbo essere. Diranno gli amici italiani, quale puo essere la giustificazione per una tale eresia? Il ragionamento è stato questo: e , in còrso, puo avere più significati: può essere una forma del verbo essere (in italiano è), la congiunzione (in italiano e) oppure il plurale femminile dell'articolo (in italiano le). L'italiano distingue e ed è, e non ha problemi con l'articolo le, il còrso deve fare qualcosa in più. Siccome l'altro ausiliario avere possiede una h (etimologica in questo caso) perché non usare questa h anche per il verbo essere ed ecco fabbricato il famoso hè. Che però presenta alcuni difetti. Prima di tutto è contrario all'etimologia. Il latino est (nessuna forma del verbo essere d'altronde) non conosce la h, così come nessun'altra lingua neolatina. Ovviamente l'argomento non è decisivo. Si può decidere arbitrariamente di creare una grafia originale. Ma è opportuno? Tanto più che questa grafia crea un distacco artificiale tra il còrso e l'italiano (e le altre lingue neolatine) con la conseguenza di generare confusione tra gli scriventi. Abbiamo visto dei compiti di studenti còrsi che scrivevano così anche in italiano. Quindi l'argomento della facilità pedagogica viene meno. Ci sono d'altronde alcune conseguenze negative all'interno dello stesso còrso. Adottando quella strana grafia si incappa sfortunatamente in uno sciagurato ci hè per l'italiano c'è. Ora i nostri lettori italiani devono sapere che la pronuncia è identica in còrso e in italiano (tranne l'apertura della vocale). Il meno che si possa dire è che questo ci hè non invoglia a trovare la pronuncia giusta. Invece l'argomento della facilità pedagogica è insostenibile anche per un altro motivo: ci sono pochissimi rischi di confondere e congiunzione ed e articolo9. Inutile dunque continuare su questa strada sbagliata. Si è trattato di un tentativo interessante ma credo che tutto sommato ha generato più confusione che altro10.

Ci sono altri punti sui quali l'argomento pedagogico ci sembra pochissimo convincente e fonte invece di errori di pronuncia: prima, trattandosi della particella pronominale posposta, Fusina fa notare come sempre più si tenda oggi a staccarla dal verbo. Insomma si scrive parla mi invece di parlami. Ora anche qui una tale grafia può soltanto generare errori, perché il lettore tenderà inevitabilmente ad accentare la particella pronominale che invece, in còrso come in italiano, è enclitica11. L'altro punto è la grafia dei dimostrativi stu e ssu. Contrariamente a quanto credano alcuni còrsi non c'è nessun bisogno di presentarli (almeno il primo) agli italiani. A parte il fatto che in lingua è presente in stasera, esiste anche in munerosi dialetti, tra i quali il romanesco (sotto la forma sto). Ora tende a prevalere la grafia istu e issu, sotto il pretesto che tali forme esistono nel còrso meridionale e che 'ssu o ssu sarebbero inestetici. Ma non c'è motivazione estetica che possa legittimare una grafia a tal punto fuorviante. Perché, mi dispiace di dover contraddire l'amico Fusina quando dice12 che questa i quasi non si sente. Nel còrso del nord questa i non si sente affatto perché non esiste. Scrivere istu, issu, induce ad accentare queste parole che invece sono proclitiche, cioè si appoggiano sull'accento della parola successiva. Ancora una volta si è creato una grafia tale da generare col passare del tempo degli errori di pronuncia e da snaturare il còrso agli occhi di lettori non avvertiti.

Vorrei parlare anche del concetto di polinomia ora molto in auge da noi. Fusina cita la definizione del Marcellesi, inventore della parola: "langue dont l'unité est abstraite et résulte d'un mouvement dialectique et non de la simple ossification d'une norme unique et dont l'existence est fondée sur la décision massive de ceux qui la parlent de lui donner un nom et de la déclarer autonome des autres langues connues". A parte il fatto che il campo di applicazione di questa unità è arbitrario (si potrebbe farne altrettanto al livello dei dialetti italiani, cancellando la lingua per far posto ad un mosaico di dialetti, oppure decidere che ci sono due còrsi, il cismuntincu e il pumuntincu), credo che nel caso nostro le conclusioni tratte (cioè una "proclamazione d'indipendenza del còrso rispetto all'italiano") siano non solo sbagliate ma letali. Perché ovviamente non viene spiegato come una lingua così concepita possa rispondere a tutte le necessità della modernità.

Infatti, contro il centralismo linguistico due opzioni sono possibili: un italiano regionale con infiltrazioni dialettali, come, tanto per far un esempio, quello adottato dal siciliano Andrea Camilleri, oppure il mantenimento della varietà linguistica, ma sempre con l'ausilio della tradizionale lingua di cultura. Diamo qui un saggio di Camilleri:

"Dove l'avete messa, la collana?".
Saro si mosse rigido per contrastare le gambe che aveva di ricotta, andò verso il suo comodino, aprì il cassetto, ne tirò un pacchetto fatto di carta di giornale che buttò sul letto…
"Quando l'hai trovato?"
"Lunidia a matinu prestu, alla mànnara13".
"L'hai detto a qualcuno?"
"Nonsi14, solu a me muglieri"
"E qualcuno è venuto a spiarti se avevi trovato una collana così e così?".
"Sissi15. Filippo di Cosmo, che è omu di Gegè Gullotta."16

Qui si osserva il caratteristico intreccio di passi in dialetto (per esempio Lunidia a matinu prestu, solu a me muglieri ecc., in genere quando è Saro a parlare) e di parole dialettali italianizzate attribuite al commissario Montalbano (mànnara, spiarti, per chiederti, ma queste parole sono ricorrenti in Camilleri che usa sempre, per esempio, taliare per guardare ecc.).

Per la Corsica è ovvio che questa opzione non basta. Noialtri di A Viva Voce intendiamo mantenere e insegnare il còrso nelle sue varianti locali (lo stesso Fusina riconosce che tutti ormai hanno rinunciato a creare una lingua unificata), ma allora bisogna trarne le debite conseguenze: l'italiano deve essere insegnato accanto al còrso. Non è chiamato a sostituirlo ma a puntellarlo. D'altronde anche riguardo alla toponimia l'italiano deve conservare il posto che gli spetta. I toponimi còrsi sono da sempre stati scritti in italiano ed è divertente vedere che qualcuno si scaglia contro i cartelli scritti "in francese". Quasi che Porto Vecchio, Bastia, Borgo siano delle forme francesi. Anzi si dovrebbe ringraziare i vari regimi francesi di non avere snaturato il nostro paese (tranne pochi casi come Saint Florent, l'Ile Rousse, Sartène ecc.). Ora è bene che, come si usa oggi, si faccia figurare la pronuncia locale sui cartelli stradali, ma se sono felice di leggere che i nostri amici di Porto Vecchio pronunciano "Porti Vechju", intendo continuare a pronunciare "Portu Vechjiu" (o meglio per me "Portu Vecchju"). La presenza della norma secolare Porto Vecchio ci fà tutti contenti17. Anche in questo campo c'è bisogno del tradizionale punto di riferimento comune fornito dall'italiano. Quindi insegnare il còrso, sì, ma insieme all'italiano, questo sarà sempre il nostro delenda Carthago.

Paul Colombani

1 Centre Régional de Documentation Pédagogique.
2 Mattei Nicolas, Les églises baroques de Corse, CRDP de Corse, 1998, p.132.
3 Fusina Jacques, Parlons corse, L'Harmattan, 1999, pp. 280.
4 p.13
5 Ovviamente queste cose il Fusina le sa e verosimilmente non ha voluto recar dispiaceri a qualcuno, ma così facendo non si va avanti.
6 Non i lettori di A Viva Voce. Abbiamo sempre adottato nei testi rsi pubblicati da noi un'ortografia più tradizionale per i motivi che stiamo spiegando e, particolarmente, per essere capiti senza sforzo dai nostri lettori italiani.
7 Bisogna che i còrsi sappiano che gli italiani che vengono in Corsica, se per ovvi motivi non si esprimono in materia, non sono meravigliati dalla straordinaria originalità del còrso, ma invece rimangono sbalorditi dall'italianità della lingua che sentono parlare (purtroppo spesso male). Infatti molti di loro si aspettano un idioma prossimo al sardo.
8 Da allora definite "italianizzanti".
9 Anzi, qualche volta la confusione ci può essere, nella mente di un povero italiano che legge biancu è neru (da interpretare ovviamente (?!) bianco e nero).
10 Tanto più che la nuova ortografia del còrso toglie la h del verbo avere dove si soleva metterla, in italiano e in còrso, scrivendo, per esempio, ai, anu (?!).
11 Per tacere dell'orribile dà li per dalli, che riesce a cancellare la consonante doppia, come d'altronde in parlà mi (infinito per parlammi). E ciò è particolarmente grave quando la pressione del francese tende proprio a far scomparire le doppie.
12 p.91
13 Luogo chiuso dove il pastore tiene le capre.
14 Nossignore.
15 Sissignore.
16 Andrea Camilleri. La forma dell'acqua, Sellerio editore, Palermo. 1998. pp. 64-65. 1 ed. 1994.
17 Anche per questo mi dà fastidio leggere la trascrizione locale dei toponimi nei testi scritti in francese. Verrebbe in mente a qualcuno di scrivere "Je suis arrivé à London"? Nicolas Mattei è stato costretto ad accettare una ridicola doppia grafia per il suo aureo libretto. Comunque chi parla di adeguare sempre e dappertutto la grafia alla pronuncia è uno sporco cartesiano..
 

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