A Viva Voce

Alcuni uomini e alcune donne di Corsica, premurosi del rinverdimento della lingua dotta dei nostri antenati hanno deciso di pubblicare questa rivista in lingua italiana. Essa è un nostro retaggio e un puntello per mantenere viva la lingua còrsa.
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Curiosità e somiglianze.

 Maurizio per la nostra Lingua
Domenica 24 Febbraio 2013

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Andando sul sito còrso http://corsu.dall.italiano.free.fr/, segnalato anche da "A Viva Voce" fra quelli interessanti, ho trovato una sezione che si occupa di una "curiosità", cioè della somiglianza che c'è fra la pronuncia cismontana còrsa e quella dell'italiano parlato in alcuni paesi a nord di Roma, in particolare Sant'Oreste, nella bassa Sabina. Nella sezione (http://corsu.dall.italiano.free.fr/pronuncia_italiana_simile_al_corso.htm) vengono illustrate le analogie di pronuncia esistenti fra le due zone e si viene rimandati ad un sito internet per ascoltare alcuni esempi di italiano pronunciato in quel modo così "còrso".
Osservando quelle somiglianze, che effettivamente sono notevoli, ho riflettuto sul fatto che coincidono esattamente con quelle particolarità della lingua còrsa che, per il fatto che non esistono nel toscano letterario, cioè nell'italiano standard, vengono abitualmente usate da alcuni linguisti come pretesto per affermare la completa estraneità del còrso dall'area linguistica italiana. Sappiamo invece, come affermato più volte anche dagli autorevoli linguisti che animano "A viva voce" che molte di queste forme di pronuncia còrse si ritrovano esattamente in molti dialetti dell'Italia centro meridionale.
A questo punto mi sono detto: se queste somiglianze si notano tra il còrso e l'italiano come viene pronunciato in Sabina, dovrebbero essere ancora più evidenti confrontando il còrso con il dialetto sabino vero e proprio. Così, considerando che l'odierna "capitale" della Sabina è Rieti, capoluogo dell'omonima provincia a nord di Roma, città collocata quasi esattamente al centro dell'Italia, fra le montagne, al di fuori dei grandi itinerari commerciali e turistici tradizionali e per questo forse con un dialetto mantenutosi intatto nel tempo, ho cercato di trovare sulla rete qualche esempio sonoro di dialetto reatino.
Devo dire che sono stato fortunato perché mi sono imbattuto su You tube in un filmato buffo e interessante al tempo stesso (http://m.youtube.com/#/watch?v=a9FG3t6yw8Q&desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3Da9FG3t6yw8Q&gl=IT). Buffo perché è un collage di alcune scene tratte dal film Pulp Fiction, doppiate in modo divertente in dialetto reatino da alcuni ragazzi, interessante perché, al di là del contenuto, ci fa ritrovare una lingua molto poco contaminata, ricca di arcaismi in cui quelle somiglianze di pronuncia con il còrso di cui si parla appaiono piuttosto evidenti.
Sarà un caso che il dialetto sabino/reatino appartenga all'area linguistica dei dialetti italiani mediani, adiacente a quella dei dialetti toscani con i quali il còrso ha antiche radici comuni?
Non sono un linguista e non mi permetto di azzardare teorie. Mi limito solo a segnalare queste analogie che più che allontanare mi sembra avvicinino il còrso all'area linguistica italiana, specie a quegli idiomi dell'Italia centrale che mantengono ancora somiglianze con l'antico volgare, il "progenitore" dell'italiano che usava San Francesco, il santo che trascorse gran parte della sua vita proprio a cavallo tra l'Umbria, la Toscana e l'alto Lazio, Sabina compresa.
 Paul Colombani
Sabato 9 Marzo 2013

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Non perda tempo con Jean Albertini. Era un linguista dilettante che scriveva negli anni Settanta. Nessuno lo prende sul serio.
 Dario
Lunedi 11 Marzo 2013

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In molte parlate toscane sono frequenti i suoni che in còrso vengono scritti "chj" e "ghj".
Specchio, ghiaccio e tante altre parole di pronunciano proprio in quel modo.
 PIERLUIGI
Mercoledi 19 Giugno 2013

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Scusate se intervengo ma la questione mi sta particolarmente a cuore visto che lavoro per un ente parco poco a nord di Roma (VEIO) a cavallo tra il Viterbese ed il Reatino ed ho approfondito un po' la questione.
Senza voler scomodare troppo Rieti, il cui dialetto è molto poco divulgato, mi permetto di evidenziare che effettivamente tutti i miei dipendenti hanno confermato la stranezza e la scarsa comprensibilità per i paesi limitrofi del dialetto di Sant'Oreste che, come forse non tutti sanno, è un paese abbarbicato sul Monte Soratte, montagna sacra ai Romani (v: i versi di Orazio), che si staglia isolata sulla pianura per circa 400 metri e che sembra aver mantenuto caratteristiche linguistiche più arcaiche rispetto ai villaggi più in basso influenzati dalla sempre maggiore italianizzazione e arretramento dei dialetti.
Basti dire che ancora dicono "faraghjiu" per "farò" e "agghiju" per "ho" e una quantità di "u" a non finire da far impallidire un identitarista corso: cavallu, stupidu, sindicu (u merre)
Vi premetto che ci troviamo a soli 40 km. dalla Capitale d'Italia con 3 milioni di abitanti.
Esiste addirittura uno scioglilingua che solo i Santorestesi saprebbero ripetere proprio con tutti quegli "..aghiju" così assenti dalla lingua italiana standard.
Aggiungo che un'altro mio dipendente, di uno dei paesi limitrofi a quello, non molto acculturato, dice "l'emo fatto... l'emo detto" per "l'abbiamo fatto/detto" o "tu si bello!" e via dicendo.
Ma ciò che mi ha convinto a studiare con attenzione "L'Usu corsu" di P. Marchetti per fare delle comparazioni è una parola pronunciata da un altro collega residente sempre nella zona addirittura a 20 km a nord di Roma (Formello) parlando di un incendio: "ha fatto 'na fiarata". Mai a Roma avevo sentito usare "fiara" al posto di "fiamma".
Ora, mi rendo conto che è più affascinante, "charmant" e chic, oltre che semplificante, dire che il corso è prevalentemente "antico toscano" e non vorrei togliere alla Toscana quel primato storico-morale che le spetta, ma queste tracce linguistiche cosi evidenti che girando per la Toscana non mi è parso di aver mai sentito, dovrebbero ricevere la giusta considerazione.
D'altronde si dice che quel dialetto di Sant'Oreste possa essere di tipo umbro regressivo, vista la vicinanza di quella regione, e non si possono neanche sottacere i rapporti plurisecolari tra lo Stato Pontificio e la Corsica.
Non vedo così strano se insieme ai Toscani quelli della stesse latitudini, Umbri, Marchigiani, Laziali del nord e Abruzzesi del nord possano essere migrati in Corsica, e viceversa.
Vorrei far sentire ai Corsi certe "lenizioni" dei Marchigiani più puri: le beccacce che diventano "le veccacce", "Villa Fornari" che diventa "Villa Vornari".
In Toscana non ho mai sentito ciò.
Un umbro meridionale "di montagna" (Valnerina) mi ha detto parlando in italiano "imberno" e "selbatico" (si chiama Santi e di madre fa Benedetti.....la moglie fa Tiberi e vengono tutti dalla zona di pastori tra Umbria, Marche e Abruzzo).
Vive nello stesso paese (Formello) dove ho sentito dire "fiara" e dove ancora dicono "cignale" o addirittura "cindiale" ovvero la "ghi" pronunciata come "di".
Si tratta di paesi dove c'è sempre stata una discesa dalle montagne umbre, marchigiane e abruzzesi, storico rapporto con la capitale pontificia.
Giorni fa in un altro paesino appollaiato a mille metri, Cervara di Roma, 50 km dalla Capitale verso l'Abruzzo, ho ripreso alcuni versi di poeti scritti sui vicoli che mi piacerebbe riportarvi.
Mio nonno "romano de' Roma" diceva: "una canzona", "e pèrziche", "er sartore e 'a sartora".
Resiste a Roma una espressione volgare: "vattela a pija' (i)'nd er cu.. o" dove quell' "ind'er" , anche se esistente solo in quel modo, corrisponde all'"inde" corso.
Esistono una quantità di parole ed espressioni che possono essere ritrovate in qualsiasi libro del poeta romanesco Belli (prima metà dell'800) che lasciano stupefatti e che non ho mai "inteso" in Toscana: drento, fora, indove, l'uscelli, sarìa, matina, un antro, cusì, nisuno, callo, riscallà, a tossa, etc. tutte le apocopi dei verbi all'infinitò: anda', manda', magna', pija', casca', "biastima'", "core" (correre) con una erre sola....
Abbasta', aricordà, abbadà.
Esiste addirittura un aggettivo molto importante: "ciuco", che oggi nessuno più conosce o usa a Roma, ma che significava esattamente "piccolo" come "chijucu".
Lo stesso "puro" invece di "pure" si può sentire in film di ambiente romano sino agli anni '60, come "alegro"
"Nun se po' fa'" è usato da tutti.
Ho trovato anche i participi perfetti tronchi: "l'hanno trovo" (trovato), o "ha vorzuto" (ha voluto).
Se trasformiamo le "u" in "o" mi sa che lo spazio per la differinziazione corso-itilano e corso-dialett italiano sia piuttosto basso sicuramente inferiiore agli incomprensibili genovese, napoletano, milanese etc.
Nè in Corsica ho mai sentito la tipica aspirazione delle "c" della Toscana: fenomeno moderno si dirà.
Si dirà anche che il laziale del nord ed il romanesco siano "toscanizzati"; non mi sento di escluderlo.
Mi piacerebbe molto mettere nero su bianco ciò che ho scoperto confrontando l'Usu Corsu ed il Dizionario romanesco e che, finalmente, l'apporto linguistico-etnico dei centro-italiani alla Corsica sia messo nella giusta evidenza.

HO PAURA CHE IL DOTTOR COLOMBANI SI ANNOI ALQUANTO A QUESTE DISQUISIZIONI CHE POCO HANNO A CHE FARE CON IL RIUTILIZZO DELL'ITALIANO IN CORSICA
 LEONI
Venerdi 21 Giugno 2013

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Mais non. Tout au contraire! Il est important de parler de toutes ses similitudes qui sont à l'origine de la langue corse! Car qui voyage en Italie avec les yeux, les oreilles attentives, une bonne culture des deux langues et beaucoup de bon sens se rend à l'évidence de l'emprunt du corse aux dialectes italiens, -particulièrement ceux du centre.

Ainsi, ceux qui ne font pas ce chemin, tout en se disant "linguistes " (laisser moi rire!), se laisse aller à affirmer arbitrairement que le corse est bien autonome de l'italien dans ce sens que bien des mots sont différents. Ils font bien entendu référence à la langue officielle soit modernisée. mais s'ils avaient quelque curiosité à visiter de plus près l'Italie, il se rendraient à l'évidence de leur mauvaise appréciation.

 Maurizio per la nostra Lingua
Martedi 9 Luglio 2013

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Ho visto che su internet si trovano molti filmati che riguardano canti o canzoni in còrso mentre non sono tantissimi quelli dedicati a racconti, poesie, interviste in questa lingua.
Curiosando qua e là mi sono imbattuto però in una serie di filmati che ho trovato molto interessanti e divertenti in cui alcune "conte" còrse della tradizione vengono narrate, anzi direi interpretate vista la bravura, da Jean Joseph, o meglio Ghjuvan Ghjuseppu Franchi.
Seduto davanti al fuoco acceso del caminetto, sulle rive di un ruscello o sotto un albero il simpatico narratore dal viso barbuto, che ho poi scoperto essere professore di lettere, scrittore, poeta e tante altre cose ancora, ci narra in ogni filmato con grande capacità espressiva una piccola storiella del passato.
Qui però non vorrei parlare tanto delle conte, quanto di un paio di affermazioni di Franchi che mi hanno colpito.
Al termine della gustosa conta "Agnus Dei" (http://m.youtube.com/watch?feature=relmfu&v=TV6vsCnNvfc), che parla di un prete che prova a diventare pievano con risultati comici, il narratore ci fa sapere che nella tradizione dei racconti popolari còrsi di un tempo i preti erano curiosamente visti come degli ignorantoni, al contrario dei frati, che erano colti e "parlavano italiano". Questo mi è sembrato un chiaro riferimento ad un passato in cui le due lingue, còrso e italiano, convivevano tranquillamente e, pur parlate da persone di diversa estrazione o cultura in contesti od occasioni diverse, formavano un insieme armonico non ancora alterato dall'imposizione del francese.
L'altra cosa che mi ha colpito riguarda la più "audace" fra queste conte, intitolata "E tre pète de u sumeri" (http://m.youtube.com/watch?feature=relmfu&v=KXSnuYvnuhk). Dopo averla raccontata Franchi dice che è una storiella che lo incuriosisce in quanto, pur sembrando provenire dal tipico mondo paesano corso di un tempo, si può ritrovare più o meno simile in una vasta area mediterranea, persino in Nord Africa e in Libano.
Possibile, mi sono detto a questo punto, che non esista anche in Italia? Ho fatto una piccola ricerca e l'ho trovata su questo link: http://mazzanoromano.blogolandia.it/files/2009/11/il-frate-e-il-contadino.pdf. Il racconto varia un po' rispetto a quello còrso e purtroppo è stato trascritto in italiano e non in vernacolo ma indubbiamente si tratta della stessa storia. La cosa particolare è che proviene da un blog dedicato al paese di Mazzano Romano che dista appena diciotto chilometri da quel famoso Sant'Oreste di cui tanto abbiamo già parlato in questa discussione! È un caso che questa conta còrsa si ritrovi pressoché identica proprio in quella zona del Lazio dove si dice il dialetto sia tanto somigliante al còrso? Temo che non lo sapremo mai; resta comunque un fatto curioso.
Tornando un attimo alle conte, che credo rappresentino una scelta tratta da un DVD che ne contiene molte altre e che accompagna un libro scritto da Franchi, consiglio di ascoltarle più volte, non tanto per il contenuto, a volte molto semplice, quanto per apprezzare la pronuncia del còrso e la sua "musicalità". Un italiano con un po' di familiarità con i dialetti dell'Italia centro meridionale non tarderà a sentirla e ad ogni ascolto potrà apprezzare qualche sfumatura in più di questa lingua che ci suona così vicina. I sottotitoli in francese possono servire magari la prima volta, per capire poche parole che magari in un primo tempo sfuggono. Dopo diventano inutili. Consiglio anzi di non leggerli più e di abbandonarsi al flusso delle parole e alla grande comunicativa del narratore; ne vale la pena.
 juan salvador
Domenica 6 Novembre 2016

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